Come scegliere il terapeuta giusto?

In questi anni molto spesso amici, parenti e conoscenti mi hanno chiesto indicazioni su come scegliere il terapeuta giusto. Dal momento che nulla al mondo mi appassiona di più che parlare del mio lavoro, la domanda ha molto spesso aperto lunghe conversazioni. 

Provo a sintetizzare qui qualche informazione che possa, spero, essere utile anche a voi che mi leggete. 

Partiamo subito con il dire che la scelta di un terapeuta è un processo, ha bisogno a volte di tempo e anche di alcuni tentativi per potersi considerare quella giusta. Pensateci sarà una persona con cui passerete molto tempo, e arriverà a conoscere di voi sicuramente più di quanto sappia la maggior parte delle persone con cui avete relazioni strette. Per alcuni poi è ancora una pratica alquanto bizzarra parlare delle proprie cose con uno sconosciuto, può davvero essere complicato. Quindi è decisamente una decisione importante. 

È fondamentale subito sentirsi parte attiva di questo processo, quindi io suggerisco in una fase preliminare di porsi una serie di domande: 

Perché proprio ora abbiamo deciso di rivolgerci ad uno specialista? Che cosa sta succedendo in questo momento della nostra vita? Che tipo di lavoro vogliamo intraprendere con la terapia? Con quali argomenti pensiamo di voler iniziare il nostro percorso? Cosa ci aspettiamo dal nostro terapeuta? Abbiamo già fatto dei percorsi in precedenza? Cosa ricordiamo ci è stato utile e cosa invece no?

Queste e altre domande hanno la funzione anche di farci sentire “preparati” quando ci troveremo accomodati sulla nostra poltrona nello studio davanti al terapeuta, stiamo male è vero ma quasi certamente abbiamo una nostra idea dei motivi per cui siamo lì, ed è anche un ottimo modo per non sentirci così in ansia, come spesso capita, nel non sapere da dove iniziare (spoiler: tra l’altro andrebbe benissimo anche se fosse così).

Il punto è che ci ammaliamo nelle relazioni e quindi sarà in altre relazioni che troveremo il modo di venirne fuori. Mi piace sempre consigliare un terapeuta che sappia aprirvi qualche nuova possibilità di esistenza, che vi faccia sentire scomodi ogni tanto perché la terapia ci sono momenti in cui incasina ma poi sa aprirti orizzonti, che utilizzi uno stile diretto e stimolante ma mai giudicante o critico. Un terapeuta che non si affretti a diagnosticare, inquadrare o addirittura patologizzare, non è un santone e avrà bisogno di tempo per conoscerti e che abbia una profonda comprensione dell’intimità e della sessualità, perché sono temi che sicuramente avrete modo di affrontare insieme. 

Se stai leggendo questo articolo significa che mi hai cercato sul web, e trovo che sia un ottimo biglietto da visita anche per chi fa il mio mestiere, quindi visita social e siti web se puoi, leggi i loro articoli se ne hanno, ti potrai fare velocemente un’idea di loro da come si presentano e da cosa scrivono, di cosa si occupano, se hanno delle competenze specifiche su alcuni argomenti. Diffida, se posso, dei professionisti che sembrano occuparsi di tutto, è davvero fondamentale che la persona che sceglierai abbia esperienze e competenze nell’area in cui stai cercando aiuto. 

Si tratti di un disturbo depressivo, di una difficoltà nell’area genitoriale, di una dipendenza, di un dolore o difficoltà sessuale, del desiderio di fare un lavoro in coppia, solo per citarne alcuni, scegli qualcuno che se ne occupi specificatamente. 

Durante le prime sedute, che vengono chiamate consultazione, non esitare a fare domande, a chiedere chiarimenti su formazione, orientamento, esperienze pregresse con il tema trattato, tariffe e modalità di pagamento, insomma per un paziente è lecito chiedere qualunque cosa sarà compito del terapeuta decidere se e come rispondere alle domande. 

Consiglio sempre di prendersi un po’ di tempo dopo le prime sessioni per domandarsi come si è stati, se ci si è sentiti accolti, compresi, e se si è usciti dalle prime sedute con la sensazione di “respirare meglio”, che le cose forse potrebbero essere andate un po’ diversamente dalla storia che ci stiamo raccontando e abbiamo raccontato. 

Io sono una terapeuta che parla in seduta, che domanda, che a volte guida la conversazione ma a volte si lascia guidare, senza andare alla deriva però, che a volte ti farà uscire dalla zona di comfort, e ti sfiderà. Non tutti i terapeuti però hanno questa modalità, ogni scuola, ogni orientamento ha il suo approccio, chiediti quale preferisci. 

Ci vorrà tempo per valutare se la terapia ti sta aiutando, un punto importante può essere osservare se stai riuscendo a portare cambiamenti nella tua vita e se avverti sollievo, movimento. Non perdere poi la tua capacità di intuizione, utilizzala. Per intuizione intendo la modalità non giudicante per valutare effettivamente l’altra persona, non è razionale ma è guidata dal significato che quella persona ha per noi, trovi che il terapeuta con cui stai lavorando ti stia effettivamente aiutando?

Ricorda però che la terapia è un’impresa a due, non si tratta di una relazione asimmetrica in cui il terapeuta onnisciente ti indica la strada o si sostituisce a te nell’impresa del vivere; è sensato avere delle fatiche ogni tanto e dei dubbi ma è altrettanto importante trovare un terreno dove poterli condividere e anche esplicitare se è il caso la volontà di interruzione del percorso. 

Tre ultime precisazioni nel tentativo di rispondere alle domande che mi vengono rivolte più frequentemente. 

Gli psicoterapeuti, non essendo medici, non possono per nessun motivo prescrivere farmaci. Un buon terapeuta normalmente collabora con un’equipe di lavoro formata, tra gli altri, anche da psichiatri che sono gli unici autorizzati a definire la necessità di un trattamento farmacologico ed eventualmente prescriverlo. Io personalmente collaboro con i miei psichiatri di riferimento e lavoro in rete nei casi di pazienti che assumono farmaci e questo è per me un prerequisito fondamentale di un buon lavoro clinico. 

Da anni ancor prima della pandemia lavoro da remoto. Lo trovo un buon modo per lavorare con pazienti che viaggiano spesso per lavoro, con chi vive all’estero e preferisce fare terapia con nella propria lingua madre, o con persone che abitano lontano dallo studio. Normalmente vengono utilizzate piattaforme come Skype e Google Meet che consentono l’utilizzo del video perché è importante “vedersi per sentirsi”. Non è però una modalità che si adatta a tutte le problematiche, tienilo a mente; deciderai insieme al terapeuta se è possibile.  Non tutti i terapeuti però amano lavorare da remoto. 

L’onere anche economico di una terapia può essere grande. Esistono ovviamente delle possibilità di fare un percorso di terapia nel pubblico, è utile cercare sul proprio territorio consultori pubblici e privati convenzionati e Centri di salute mentale. È possibile anche utilizzare un’assicurazione sanitaria, se la si possiede, per coprire integralmente o totalmente i costi. 

Le modalità più utilizzate oggi per cercare un professionista sono oltre al tradizionale passaparola, spesso navigare nel web, e nei social. Oggi esistono anche dei siti a cui si può accedere gratuitamente che raccolgono i nomi dei professionisti per città, specialità ed esperienza, dove sono elencate anche le tariffe solitamente. Consiglio, comunque, sempre di controllare se il professionista è autorizzato e da quanto tempo pratica consultando il sito dell’Ordine degli Psicologi. Anche il medico di famiglia può essere un buon aiuto.

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