
Quando una persona arriva in terapia porta un racconto che normalmente corrisponde al modo in cui si spiega una serie di avvenimenti che ritiene essere la causa della situazione per cui richiede una cura. Quella narrazione si accompagna a un malessere, che a volte corrisponde a dei sintomi, altre volte ad una incapacità di accesso a sé, altre volte ad un senso di inappropriatezza di sé, e comunque sempre e in ogni caso ad una disunità personale subita e vissuta appunto come un disturbo. Dietro alla parola del paziente c’è il rapporto vivo, effettivo, esperienziale che la persona ha con il mondo.
Le storie plasmano la nostra realtà, ci connettono con gli altri, ci permettono di conoscerci e di comprendere le altre persone. Ci aiutano a dare senso al nostro passato, chi eravamo e quello che abbiamo vissuto e definiscono il presente, chi siamo e chi vorremmo diventare. A volte però è possibile rimanere “intrappolati” nelle proprie narrazioni, è possibile “romperci” in qualche modo. Non abbiamo certo la capacità di prevedere che cosa accadrà nelle nostre vite, ma abbiamo la possibilità di significare, strutturare e interpretare tutto ciò che ci accade.
Attraverso la psicoterapia, che è la cura attraverso la parola, abbiamo la possibilità di costruire insieme nuove interpretazioni che possano aiutarci a sbloccarci, a darci la libertà e la responsabilità di fare nuove scelte. Nuove storie possono liberarci da narrazioni in cui eravamo sconfitti, da pensieri predefiniti che determinavano aspettative e permetterci di creare speranza e possibilità di cambiamento.
La funzione trasformativa di una terapia consiste quindi nella possibilità di cercare nuove aperture di senso e quindi un rinnovato orientamento nella vita attuale, riattualizzando con la storia le prospettive di senso nascoste in essa. Una terapia è tale quando innesta un movimento nell’esistenza. Permette di affrontare consapevolezze di sé, paure, ambivalenze, compiacenze, dandosi il permesso di sentirsi ed essere autentici anche se differenti ogni momento, curiosi e meravigliati, “consistenti” e presenti a sé stessi.